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Disastro nucleare silenzioso nel Pacifico: come la cupola di Runit sta diventando una minaccia crescente

Disastro nucleare silenzioso nel Pacifico: come la cupola di Runit sta diventando una minaccia crescente

Su un remoto atollo del Pacifico, una vecchia eredità nucleare si sta sgretolando mentre il livello del mare continua a salire. Quello che decenni fa fu presentato come una soluzione definitiva per sigillare rifiuti radioattivi, oggi preoccupa scienziati e abitanti locali e si trasforma gradualmente in una potenziale fonte di contaminazione per persone ed ecosistemi.

Un cratere dei test nucleari trasformato in discarica

Sull’atollo di Enewetak, nelle Isole Marshall, si trova la minuscola isola di Runit. Qui, sopra una vecchia cavità da esplosione nucleare, è stata costruita una gigantesca cupola di cemento. Sotto quella cupola si trova il cosiddetto cratere Cactus: la cicatrice lasciata da un test nucleare statunitense del 1958, con una potenza di circa 18 kiloton. L’esplosione scavò un buco profondo circa 10 metri nel corallo e generò un fungo atomico visibile a chilometri di distanza.

Vent’anni dopo, l’esercito americano decise di riutilizzare quel cratere come deposito di rifiuti. Tra il 1977 e il 1980 oltre 120.000 tonnellate di terreno e macerie radioattive provenienti dall’intero atollo furono ammassate e sepolte nella cavità. Sopra venne realizzato un coperchio di cemento spesso circa 46 centimetri e con un diametro di circa 115 metri.

Il soprannome della struttura, “The Tomb” (la tomba), suggerisce un sepolcro chiuso e definitivo. In realtà si tratta più di un rattoppo temporaneo posato sopra un corallo poroso, mai pensato per durare millenni.

Un dettaglio cruciale: non è mai stato costruito un fondo impermeabile. Il cratere pieno di rifiuti è in contatto diretto con il basamento corallino e con le correnti d’acqua sotterranee. In pratica la struttura fu un compromesso: rapida da realizzare, relativamente economica e sufficiente per chiudere il dossier a livello amministrativo. La gestione di lungo periodo venne, di fatto, scaricata sul futuro – e sugli abitanti delle isole.

Cemento fessurato e una base che lascia passare l’acqua

La cupola sta invecchiando. Salsedine, caldo, piogge tropicali e continue escursioni termiche consumano lentamente il cemento. All’esterno sono ormai visibili crepe e fessure. Secondo le autorità statunitensi rientrerebbero nel normale degrado dei materiali e la struttura sarebbe ancora sicura.

Diversi ricercatori sono molto meno tranquilli. Ricordano che sostanze radioattive come il plutonio-239 restano pericolose per decine di migliaia di anni. Nessuna copertura in cemento può garantire stabilità su queste scale temporali. Se già a meno di cinquant’anni dalla costruzione compaiono fessure, il margine di sicurezza si riduce drasticamente.

Almeno altrettanto preoccupante è ciò che non si vede: la situazione sotto il cemento. Poiché la cupola poggia senza barriera impermeabile su corallo poroso, l’acqua marina può entrare e uscire dalla zona sottostante. A ogni ciclo di marea, l’acqua sotterranea attraversa lo strato inferiore passando accanto ai rifiuti sepolti. Questo significa che particelle radioattive possono lentamente migrare verso la laguna, anche senza un cedimento spettacolare della copertura superiore.

La cupola è composta da numerosi segmenti di cemento con giunti tra un elemento e l’altro.

Non esiste una fondazione impermeabile: solo sabbia corallina e roccia.

L’acqua di mare fluisce sotto la struttura seguendo il ritmo delle maree.

Polveri fini e sedimenti possono trascinare radionuclidi verso la laguna.

Misurazioni che rilevano radioattività anche fuori dalla cupola

Negli ultimi anni squadre di scienziati internazionali hanno mappato l’area intorno a Runit. Nei campioni di suolo prelevati attorno alla cupola sono stati trovati livelli elevati di radioattività, con la presenza di diverse tipologie di radionuclidi. Queste sostanze compaiono quindi non solo sotto il coperchio, ma anche nel terreno esterno alla struttura.

Questo non dimostra in modo automatico che tutta la contaminazione provenga dalla cupola. Una parte consistente può ancora derivare dalle numerose esplosioni nucleari condotte nella zona negli anni Quaranta e Cinquanta. Tuttavia i dati indicano che l’intera area – sedimenti, laguna e falde sotterranee – funziona come un unico sistema contaminato, nel quale la cupola rappresenta un punto debole.

La questione non è se vi siano sostanze radioattive nella laguna, ma quanto lontano si stiano diffondendo e per quanto tempo continuerà questa tendenza.

Per i ricercatori si tratta di un puzzle complesso. Si sovrappongono i depositi storici dei test, le possibili perdite dal sottosuolo e i pattern locali delle correnti. Senza un archivio completo e trasparente su cosa sia stato effettivamente gettato nel cratere, rimangono incertezze sulla composizione dei rifiuti e sui rischi a lungo termine.

Il cambiamento climatico aumenta la pressione sulla cupola

Ciò che per decenni è stato considerato un “problema per il futuro” si sta rapidamente spostando nel presente a causa dell’innalzamento del livello del mare. Le Isole Marshall si trovano in media a soli 2 metri circa sopra il livello attuale del mare. Per la fine del secolo, per quest’area, non viene escluso un aumento di circa 1 metro.

Anche senza una sommersione totale, lo scenario intorno alla cupola cambia radicalmente. Più acqua significa maggiore pressione sul sottosuolo e sulle correnti di falda che scorrono sotto la struttura. Durante le maree di sizigia e le tempeste intense, onde alte e mareggiata aggiungono ulteriore forza.

Una recente analisi di un istituto di ricerca statunitense indica proprio la combinazione tra innalzamento del mare e eventi meteorologici estremi come principale meccanismo futuro di dispersione di sostanze radioattive da Runit. Livelli d’acqua più elevati permettono all’acqua di laguna di penetrare più in profondità nel corallo poroso, intensificando lo scambio con i rifiuti sotto la cupola.

La cupola non deve necessariamente finire completamente sott’acqua per aumentare le perdite: bastano pochi decimetri di innalzamento del mare uniti a tempeste più violente per spostare l’equilibrio.

Impatti su pescatori, comunità locali e salute

Runit non è abitata, ma non è un punto vuoto sulla mappa. Sul vicino atollo di Enewetak vivono alcune centinaia di persone. La laguna tra le isole è vitale: zona di pesca, via di trasporto, fonte di cibo e reddito.

Se le particelle radioattive si diffondono attraverso acqua, sedimenti e fauna marina, le conseguenze toccano rapidamente la vita quotidiana. I pescatori locali dipendono spesso da ciò che la laguna offre. Per le famiglie con poche alternative, la scelta tra reddito, sicurezza alimentare e rischio da radiazioni non è un dibattito teorico, ma un compromesso quotidiano.

A questo si aggiunge la situazione degli ex militari coinvolti nelle operazioni di bonifica negli anni Settanta, molti dei quali soffrono di problemi di salute che loro stessi collegano al lavoro svolto a Enewetak. Diversi veterani hanno sviluppato tumori o gravi malattie a carico di ossa e sangue. Solo nel 2023 negli Stati Uniti hanno ottenuto un riconoscimento specifico come “atomic veterans”. Ciò alimenta la percezione che l’impatto sanitario del programma sia stato a lungo minimizzato.

Una responsabilità contesa: politica, soldi e memoria

Lo strato politico intorno alla cupola è quasi tanto esplosivo quanto i test che l’hanno preceduta. Giuridicamente, l’eredità nucleare è stata in gran parte “chiusa” negli anni Ottanta, quando le Isole Marshall hanno firmato un accordo di libera associazione con gli Stati Uniti. In quel quadro fu definito un meccanismo di indennizzo, sulla base del quale Washington considera la maggior parte delle richieste formali come già risolte.

La realtà sul campo è diversa. Il governo delle Isole Marshall dichiara di non avere né le competenze tecniche né le risorse finanziarie per gestire o bonificare in sicurezza la cupola. I progetti nucleari complessi costano facilmente centinaia di milioni di dollari, mentre il piccolo Stato insulare deve già destinare budget limitati all’adattamento climatico, alle infrastrutture e alla sanità di base.

Per questo cresce la frustrazione verso quella che localmente viene percepita come una responsabilità statunitense priva di un “contratto di manutenzione” adeguato. Gli Stati Uniti sottolineano che il carico radioattivo nel resto della laguna è molto più elevato di quello sotto il cemento e che il rischio relativo della cupola sarebbe quindi limitato. I critici replicano chiedendosi perché allora sia stata costruita una cupola, se il suo effetto sarebbe così marginale.

Quanto è grande il rischio oggi?

La valutazione precisa del rischio resta controversa. Gli studi mostrano che in molte aree di Enewetak e delle isole vicine i livelli di radiazioni rientrano negli standard internazionali, pur con la presenza di evidenti “hotspot”. Per gli abitanti, però, questo messaggio è ambiguo: i limiti formali dicono poco sull’incertezza, sull’esposizione cumulativa e su ciò che potrebbe accadere se il sistema dovesse degradarsi ulteriormente.

È fondamentale distinguere tra minaccia acuta e pericolo strisciante. Uno scenario di catastrofe improvvisa, con il collasso totale della cupola e il rilascio istantaneo di tutti i rifiuti, non viene considerato probabile a breve termine dalla maggior parte degli esperti. Molto più realistico è un processo di perdite graduali, con scambi sempre più intensi tra rifiuti, suolo e laguna, e quindi un carico crescente, ma lento, per l’ecosistema e per la popolazione.

Questa lentezza rende anche più difficile imporre misure incisive. Finché non ci sono immagini di disastri spettacolari e le misurazioni restano entro tabelle e rapporti tecnici, l’intervento tende a scivolare ai margini dell’agenda politica internazionale.

Quali soluzioni tecniche sono ancora possibili?

Ingegneri ed esperti di nucleare hanno ipotizzato diverse opzioni per migliorare la situazione, tutte con costi elevati e notevoli svantaggi:

  • Rinforzare la cupola esistente con ulteriori strati di cemento e sigillare i giunti.
  • Realizzare uno strato inferiore parzialmente o totalmente impermeabile intorno alla zona del cratere.
  • Rimuovere e trasferire altrove almeno le frazioni più pericolose dei rifiuti, verso siti di stoccaggio meglio attrezzati.
  • Creare una rete di monitoraggio molto più fitta su acqua, pesci e sedimenti per seguire con precisione l’evoluzione nel tempo.

Nessuna di queste strade è semplice. Lavorare con mezzi pesanti su un piccolo isolotto corallino è logisticamente complesso e costoso. Il personale deve essere protetto dalle radiazioni, con ulteriori costi e vincoli operativi. Per un Paese ricco si tratterebbe comunque di un impegno notevole; per un piccolo Stato insulare è impraticabile senza un sostegno esterno significativo.

Perché il plutonio è così persistente?

Una parte delle preoccupazioni su Runit ruota attorno al plutonio-239, materiale chiave in molti ordigni nucleari. Questa sostanza ha un’emivita fisica di circa 24.000 anni: solo dopo decine di migliaia di anni la sua radioattività si riduce a una frazione del livello iniziale.

Nell’ambiente il plutonio tende a legarsi a particelle fini: argilla, limo, materiale organico. In questo modo può depositarsi negli strati di sedimento, ma può anche essere rimobilitato da tempeste o attività umane. Pesci e altri organismi marini possono assorbirne piccole quantità, permettendo al plutonio di entrare nelle catene alimentari e, alla fine, nei corpi umani.

In questo contesto si comprende perché una cupola di cemento, costruita come soluzione relativamente rapida ed economica, oggi venga percepita come una bomba a orologeria che si muove lentamente insieme a ogni ulteriore centimetro di innalzamento del mare.

FAQ

La cupola di Runit può crollare all’improvviso?

Gli esperti considerano poco probabile, nel breve periodo, un collasso totale e improvviso della struttura. Il cemento mostra segni di degrado, ma non tali da far pensare a un cedimento imminente dell’intera cupola. Il rischio più realistico è quello di un aumento progressivo delle infiltrazioni e dello scambio tra rifiuti e ambiente circostante.

La radioattività rilevata nella laguna proviene tutta dalla cupola?

No. L’area è stata teatro di numerosi test nucleari negli anni Quaranta e Cinquanta, che hanno lasciato un’impronta radioattiva diffusa. Le misurazioni mostrano contaminazione sia legata a questi depositi storici, sia compatibile con possibili fughe dalla zona del cratere. La difficoltà sta nel distinguere con precisione la quota attribuibile alla cupola rispetto al fondo di contaminazione preesistente.

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Madonna Rosso

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Sono Madonna Rosso, appassionata di soluzioni creative e sostenibilità. Condivido trucchi quotidiani per organizzare la casa, curare l'orto e gestire il budget con intelligenza. Il mio obiettivo è rendere ogni giorno più semplice, un "tip" alla volta.